Per quale motivo ci emozioniamo davanti alla macchina da scrivere di Hernest Hemingway? Oppure, per quale motivo qualcuno è stato disposto a pagare 162.000 dollari per possederla?
La risposta è banale: perché associamo quella banale macchina al suo straordinario proprietario; ci immaginiamo Hemingway usarla, seduto su una sedia con un cielo leggendario sullo sfondo, per scrivere la pagina di uno dei suoi capolavori.
A prescindere che nel momento in cui questa foto è stata scattata Hemingway stava magari solo scrivendo una lettera di protesta all’ufficio delle imposte, rimane il fatto che l’impatto emotivo che la vista della macchina provoca è praticamente certo, e risponde all’umanissimo meccanismo che tutto ciò che è (o pensiamo essere) straordinario, genera emozioni.
Per quale motivo non ci emozioniamo davanti ad una qualunque macchina da scrivere?
Perché non abbiamo alcuna immagine da associare a quell’oggetto, ed anche se ce l’avessimo sarebbe così banale da renderla indistinguibile dalla banalità della nostra vita quotidiana; in altre parole, sarebbe completamente priva di quella dimensione di straordinarietà che la renderebbe degna di generare emozioni.
Ma se la fonte dell’emozione non fosse da cercare nello straordinario, oppure se lo straordinario fosse altrove rispetto alla straordinarietà del proprietario?
Se ad essere straordinario fosse il fatto che ancora esiste, sopravvivendo al tempo ed a coloro che l’hanno costruita e utilizzata, che l’hanno resa unica siglandone le parti in fase di montaggio, utilizzandola quotidianamente per lavoro o divertimento e intervenendo a ripararla quando è stato necessario?
In altre parole, e se bastasse il tempo a rendere straordinaria ogni cosa?
Un’impronta sulla sabbia è quanto di più banale esista se a lasciarla siamo noi, adesso. Ma un’impronta sulla sabbia diventa una scoperta straordinaria se lasciata da un dinosauro 200 milioni di anni fa. La differenza è il tempo, il fatto che dei miliardi di impronte lasciate da rettili piccoli e grandi in quel giorno, e nelle decine di milioni di giorni successivi, proprio quella è arrivata fino a noi, unico segno di un essere di cui non conosciamo esattamente nemmeno il colore.
Concentrati nel presente, finiamo con il reagire ormai solo ai rumori assordanti.
Click bait e Scroll…
Limitare la propria capacità di provare emozioni unicamente a ciò che si considera essere straordinario, e quindi per definizione altro da noi, di fatto atrofizza la capacità di provare emozioni, il che produce fatalmente indifferenza.
Se la banalità del male è nota, la banalità del bene è meno ovvia.
La sezione Memoria è dedicata alla banalità del bene e vuole essere un esercizio per l’occhio e per la mente, una specie di ginnastica contro l’indifferenza.
La Memoria della costruzione
Ogni macchina da scrivere è nata su di una catena di montaggio, anche se a differenza della catena di montaggio rappresentata da Charlie Chaplin in Tempi Moderni, la fabbricazione delle macchine da scrivere avveniva non in modo lineare ma in isole in cui venivano assemblati i vari sottosistemi prima dell’assemblaggio finale.
Non sempre, ma talvolta questi segni sono ancora presenti nelle macchine da scrivere, nascosti nella Meccanica, in forma di tratti a matita, solchi tracciati con un punteruolo o etichette adesive. Questi sono i segni lasciati da coloro che le costruivano: segni della banale bellezza del lavoro.
La Memoria delle riparazioni
Piú una macchina da scrivere è vecchia, più è probabile che sia stata riparata a causa dell’usura o di eventi accidentali. Talvolta i segni delle riparazioni sono evidenti, talvolta sono nascosti. Talvolta le riparazioni sono state fatte con grande maestria, talvolta in modo maldestro.
I segni che questi interventi hanno lasciato esprimono però la stessa volontà di consentire alla macchina da scrivere di tornare a svolgere il suo lavoro, e spesso dimostrano grande abilità ed inventiva. E la banale bellezza della padronanza di un mestiere.
La Memoria dell'uso (e dell'abuso)
Spesso di una macchina da scrivere si apprezza la perfezione della conservazione. Ma una macchina perfetta è una macchina che non è stata utilizzata, ed una macchina che non è stata utilizzata è una macchina che non ha mai lavorato, è stata comperata o consegnata e poi lasciata a languire in un ripostiglio o in un deposito.
É una macchina senza memoria.
I segni dell’usura invece la rendono vera, ed i segni degli abusi subiti rivelano la sua progressiva perdita di valore. È la banale, e talvolta crudele, bellezza della vita.
La Memoria della necessità
La macchina da scrivere è diventata un bene necessario ben prima di diventare un prodotto di massa.
C’è stato un periodo in cui il bisogno superava la disponibilità, o semplicemente il costo di una macchina era troppo alto per poterselo permettere.
Questo è stato vero soprattutto nei paesi dell’Europa Centrale e Meridionale che non avevano un’industria propria, e avevano bisogno di tastiere adattate al loro alfabeto.
Il risultato è stata la conversione di una grande quantità di macchine acquistate o ricevute usate all’estero. È la bellezza (banale ma necessaria) di fare di necessità virtù.
La Memoria della coercizione
Prigionieri del presente, crediamo che l’uso della tecnologia come strumento di controllo di massa sia una novità. Sbagliamo.
Chi ha vissuto oltre la cortina di ferro sa (o dovrebbe sapere) che proprio le macchine da scrivere erano uno degli strumenti più efficaci per controllare le idee, identificare dissidenti ed oppositori e impedire al pensiero di prendere una forma che potesse trasformarsi in minaccia. Ogni macchina era marcata, schedata e riconoscibile, ogni persona che ne possedeva una doveva denunciarla, ed il regime a cui erano sottoposte era quello delle armi da fuoco.
Altri tempi, altra tecnologia, stessi obiettivi. Parlare di Bellezza in questo caso è fuori luogo, ma ricordare è necessario (test di scrittura di una Remington Portable Model 5, numero di serie V880738, prodotta nel 1936 e resa riconoscibile nei primi anni Cinquanta) .
La Memoria della storia
Esiste la Piccola Storia e la Grande Storia.
Esistono gli eventi epocali, politici e collettivi che hanno per protagonisti uomini straordinari, e poi esistono le vite individuali, le memorie locali e i fatti quotidiani, che hanno per protagonisti gli uomini comuni, cioè tutti noi. La macchina da scrivere ha condiviso il destino degli uomini comuni.
Esistono però macchine che hanno condiviso con i semplici uomini a cui erano affidate o che le possedevano eventi epocali, spesso drammatici, talvolta semplicemente politici o sociali. Esistono cioè macchine che per ciò che sono richiamano direttamente gli eventi a cui hanno partecipato. Bellezza? Si, nei limiti in cui può definirsi Bella la memoria collettiva.
Frammenti di Memoria
Oggetti, ritagli di giornale, fotografie, documenti e quant’altro ha attraversato il tempo fino a noi, dimenticato in un cassetto o tra le pagine di un libro.
Qualcosa che ha significato qualcosa per qualcuno, o qualcosa che è servito a qualcosa a qualcuno, ma il cui significato e la cui utilità si sono persi. I Frammenti sono come le lettere nelle parole: non trasmettono alcun senso senza altre lettere a formare parole, e poi frasi, e poi una narrazione. Sono li, sospesi, senza un prima e senza un dopo. Privi di valore, sono arrivati fino a noi senza un motivo e senza un’intenzione.
La Bellezza del tempo che passa, una delle forme di Bellezza piú difficili da apprezzare.
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