Pulchritudo Atramento Latet

RIFLESSIONE SULLA BELLEZZA

Difendere la Bellezza dall’Oblio

I. LA DIFESA

Typing Art non è un sito nostalgico. Non propone un ritorno al passato né una critica moralistica del presente. Non ha l’ambizione di rovesciare alcun ordine costituito.

Propone qualcosa di più preciso e più modesto: un percorso personale tra i mille possibili, verificabile, che è partito da un oggetto che avevo dimenticato ed arrivato a un modo diverso di stare nel tempo.

La macchina da scrivere non è lo scopo. È il punto di partenza per realizzarlo. e lo strumento per esplorare la relazione che esiste tra lo sguardo che percepisce, la parola che descrive e la qualità che ne determina il  risultato.

Guardare dentro, dietro e attorno a questo oggetto ha prodotto quattro tipi di conoscenza che si fa sempre più fatica a trovare altrove, e che insieme costruiscono qualcosa di concreto.

Dentro significa smontare, capire come funziona, rimettere insieme. Chi impara a riparare una macchina da scrivere impara a fare una cosa sola alla volta, a leggere i sintomi prima di intervenire, a rispettare la complessità di ciò che ha davanti. È una disciplina cognitiva trasmissibile.

Dietro significa contestualizzare: in quale momento storico è nata questa macchina, chi la usava, cosa scriveva. Ogni macchina porta i segni di chi l’ha attraversata — tracce fisiche che la carta digitale non può conservare. Leggere queste tracce è esercizio di empatia storica.

Attorno significa allargare lo sguardo fino al presente: dalla macchina da scrivere all’intelligenza artificiale, dalla crisi dell’attenzione alla perdita dell’autenticità. Non come denuncia, ma come orientamento. Chi conosce la traiettoria di uno strumento tecnologico acquisisce una capacità di lettura del presente che non si ottiene in altro modo.

Attenzione — la quarta via — significa rallentare. Usare uno strumento irreversibile costringe a pensare prima di scrivere. L’impossibilità di cancellare produce responsabilità verso le parole. La lentezza produce sedimentazione — quel processo per cui un pensiero diventa davvero tuo, invece di evaporare nella velocità dello scroll.

Questo è il percorso che indico. Non è per tutti. Ma per chi sente la necessità di reagire è un esempio di qualcosa di concreto.

II. LA RIVELAZIONE

In La Notte di Michelangelo Antonioni (1961) la scena finale non lascia scampo.

Lidia (Jeanne Moreau) legge ad alta voce a Giovanni (Marcello Mastroianni) una lettera d’amore. Le parole sono precise, intense, scritte da qualcuno che sapeva guardare e sentire. Giovanni ascolta in silenzio, poi chiede: «Chi l’ha scritta?»

Lidia risponde: «Tu.»

Giovanni non la riconosce. Non riconosce più sé stesso.

In La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (2013) il protagonista Jep Gambardella, scrittore come il personaggio centrale del film di Antonioni, trova a metà film il diario di una donna che ha amato quarant’anni prima. Leggendolo, ritrova qualcosa che aveva perduto: la memoria di sé come persona capace di essere commossa, di guardare davvero, di scrivere con intenzione. Il diario è il punto di svolta della sua storia.

Due film, due epoche, due narrazioni diverse. Ma al centro di entrambe compaiono due documenti scritti su carta, dimenticati, che sono sopravvissuti nel tempo per riaffiorare improvvisamente. Leggendoli, entrambi i protagonisti si ricordano chi erano, realizzano cosa sono diventati, e trovano finalmente un nome per il disagio che portavano dentro senza riuscire a formularlo.

La lettera di Giovanni e il diario di Jep sono oggetti fisici che hanno attraversato gli anni senza dissolversi, senza essere sovrascritti, senza sparire in uno scroll infinito. Quando riemergono, portano con sé intatta la voce di chi li ha scritti — una voce che il tempo non ha corroso.

Antonioni si ferma alla diagnosi. Sorrentino usa quel momento come punto di svolta: il diario di Ramona non è la fine della storia di Jep, è l’inizio del suo ritorno. La crisi è la stessa. La narrazione di Sorrentino si spinge fino al suo compimento.

III.  LO SMARRIMENTO

Proviamo adesso a immaginare quelle stesse scene con gli strumenti di oggi. Giovanni che invia a Lidia un messaggio via WhatsApp nel momento di massima intensità del loro rapporto. Jep che posta una foto con una didascalia accuratamente curata. Cosa succederebbe, dieci o quarant’anni dopo?

Non succederebbe niente. Il messaggio di Giovanni sarebbe immediatamente sepolto sotto migliaia di altri messaggi. La foto di Jep sarebbe immediatamente inghiottita dall’algoritmo. Non ci sarebbe nessuna lettera da ritrovare in un cassetto. Nessun diario da aprire con cautela. Nessuna voce autentica che riaffiora.

Viviamo nell’epoca paradossalmente più documentata della storia umana. Eppure è anche l’epoca in cui lasciamo meno tracce autentiche di noi stessi. La quantità schiaccia la qualità. La velocità impedisce la sedimentazione.

I social media non producono lettere: producono performance. E le performance non possono ricordarci chi siamo stati, perché non erano mai autenticamente noi.

Soffochiamo la nostra bellezza sul nascere: non lasciamo tracce, e lasciamo che questo accada perché attraversiamo il tempo senza farlo veramente nostro.

IV. LA CONSEGUENZA

Proviamo adesso a immaginare quelle stesse scene con gli strumenti di oggi. Giovanni che invia a Lidia un messaggio via WhatsApp nel momento di massima intensità del loro rapporto. Jep che posta una foto con una didascalia accuratamente curata. Cosa succederebbe, dieci o quarant’anni dopo?

Non succederebbe niente. Il messaggio di Giovanni sarebbe immediatamente sepolto sotto migliaia di altri messaggi. La foto di Jep sarebbe immediatamente inghiottita dall’algoritmo. Non ci sarebbe nessuna lettera da ritrovare in un cassetto. Nessun diario da aprire con cautela. Nessuna voce autentica che riaffiora.

Viviamo nell’epoca paradossalmente più documentata della storia umana. Eppure è anche l’epoca in cui lasciamo meno tracce autentiche di noi stessi. La quantità schiaccia la qualità. La velocità impedisce la sedimentazione.

I social media non producono lettere: producono performance. E le performance non possono ricordarci chi siamo stati, perché non erano mai autenticamente noi.

V. LA LETTERA DI LIDIA

Lidia legge la lettera:

«Stamane tu dormivi ancora quando mi sono svegliato a poco a poco uscendo dal sonno

ho sentito il tuo respiro leggero e attraverso i capelli che ti nascondevano il viso ho visto i tuoi occhi chiusi e ho sentito che la commozione mi saliva alla gola

e avevo voglia di gridare e svegliarti perché la tua stanchezza era troppo profonda e mortale nella penombra la pelle delle sue braccia della sua gola era viva

e io la sentivo tiepida asciutta volevo passarvi sopra le labbra ma il pensiero di poter turbare il tuo sonno e di averti ancora sveglia tra le mie braccia mi tratteneva

preferivo averti così come una cosa che nessuno poteva togliermi perché ero il solo a possederla

una tua immagine per sempre oltre il tuo volto vedevo qualcosa di più puro di più profondo in cui mi specchiavo in una dimensione che comprendeva tutto il mio tempo da vivere tutti gli anni futuri e anche quelli che ho vissuto prima di conoscerti ma già preparato ad incontrarti

questo era il piccolo miracolo di un risveglio

sentire per la prima volta che tu mi appartenevi non solo in quel momento e che la notte si prolungava per sempre accanto a te il caldo del tuo sangue dei tuoi pensieri della tua volontà che si confondeva con la mia per un attimo ho capito quanto ti amavo Lidia

ed è stata una sensazione così intensa che ne ho avuto gli occhi pieni di lacrime

era perché pensavo che questo non dovrebbe mai finire che tutta la nostra vita dovrebbe essere per me come il risveglio di stamane

sentirti non mia ma addirittura una parte di me una cosa che respira con me e che niente potrà distruggere se non la torbida indifferenza di un’abitudine che vedo come l’unica minaccia

e poi ti sei svegliata e sorridendo

ancora nel sonno mi hai baciato e ho sentito che non dovevo temere niente

che noi saremo sempre come in quel momento uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine»

Giovanni chiede:

«Di chi è questa lettera?»

Lidia risponde:

«È tua…»

La lettera non è l’emozione, ma la narrazione dell’emozione. L’espressione della volontà di fermarla nel tempo dopo che l’abbiamo vissuta e quando è ancora viva. È come scrivere un sogno dopo il risveglio e prima che il ricordo svanisca.

Per farlo dobbiamo fermarci, riflettere, rivivere e tentare di esprimere quel momento in modo da farlo rivivere attraverso il potere della parola. Per descrivere l’emozione di un momento Giovanni ricorre a una descrizione che richiede minuti per essere letta, con analogie ricostruite a posteriori ma che hanno la forza di suscitare in lui l’emozione provata in un istante.

La lentezza della riflessione e la disciplina della descrizione sono essenziali per fare in modo che l’emozione si sovrapponga alle parole, e che le parole rendano l’emozione permanente in noi.

VI. LA LEZIONE DI ANTONIONI

Il progetto di Typing Art cerca di esplorare la connessione tra sguardo, parola e qualità, utilizzando la macchina da scrivere nel doppio ruolo di strumento e soggetto. Strumento per descrivere la bellezza, e allo stesso tempo fonte di bellezza. L’influenza dello sguardo di Antonioni è evidente.

I film di Antonioni hanno suscitato polemiche tra critici e pubblico. Del film L’Avventura, uscito nelle sale nel 1960 e che ha anticipato i temi che sarebbero stati successivamente sviluppati ne La Notte, Antonio Moravia ha scritto:

«Antonioni non sembra rendersi conto che Anna, Claudia e Sandro non sanno amare proprio perché la società di cui fanno parte è quel che è.»

Antonioni è accusato di superficialità, di limitarsi a rappresentare senza analizzare le cause.

In realtà, la profondità dello sguardo di Antonioni va ben oltre il contingente:

«Una delle domande che mi sento rivolgere più spesso riguarda il perché di certe lentezze dei miei film.

Io cerco di dare alle mie storie una cadenza che è la cadenza stessa della vita, a volte precipitosa a volte stagnante.

Lo so, è difficile per uno spettato­re che va al cinema per divertirsi partecipare al mio racconto fondato non sul convenzionale meccanismo dei fatti ma su quello interiore.

Per questa ragione anche La notte può sembrare un film lento e noio­so. Ma se il pubblico arriva a superare questa apparenza di noia e acconsente a lasciarsi prendere, forse scoprirà che c’è nel film un altro ritmo, non meno dinamico di quello dei film correnti: è un ritmo che riguarda i sentimenti, il loro svolgersi lungo la falsariga della vi­cenda.

Non è cosi che accade nella vita?

I nostri atti, i nostri gesti, le nostre parole non sono conseguenza di un movimento psicologico e sentimentale che avviene dentro di noi? E perché mettere ordine, os­sia dare un ritmo serrato e artificiale, al disordine naturale della natu­ra umana?

Certamente un film cosi fatto richiede al pubblico una partecipazione maggiore. Ma anche la lettura di un libro la richiede e anche i libri hanno pagine di non facile lettura.

A volte sono le più belle.»

Appunto….

Questa è Bellezza, e questa è la Bellezza che deve essere difesa.